La stampa americana contro Emmanuel Macron

La battaglia che scuote il cuore della Francia non è solo politica, demografica e securitaria. E’ anche un fatto di simboli. E da poco il simbolo per cui combattere è diventato Napoleone.

E’ il 5 maggio 1821 quando l’imperatore dei francesi si spegne nel letto di Sant’Elena. Perdente a Waterloo, nulla potè la Settima Coalizione di fronte alla rivoluzione illuminista che avanzava sulle baionette del Francese. 5 maggio 2021, l’uomo che di quell’impero si crede erede celebra Napoleone come eroe della nazione francese.

Fioccano, da una sinistra sempre più sconcertata dalla nuova narrativa dell’enarca e dalla stampa americana, le critiche per la decisione di celebrare il simbolo della storia autoritaria, violenta ed espansionista del paese. La scelta di Emanuel Macron non è frutto del caso, si inquadra nella svolta nazionalista imposta al paese transalpino per mere ragioni strategiche.


“Dell’Impero abbiamo rifiutato le cose peggiori, e dell’Imperatore abbiamo conservato le cose migliori”

Emmanuel Macron

“Napoleone non è un eroe da celebrare” – tuona Marlene L. Daut, professoressa di Studi della diaspora americana e africana all’Università della Virginia. Il palcoscenico dell’attacco sono le colonne del New York Times – il primo quotidiano del pianeta. Secondo la Daut il Corso Francese rappresenta “il più grande tiranno della Francia, un’icona della supremazia bianca” – insomma, qualcuno che la politica, come è di moda negli States, dovrebbe condannare senza mezzi termini.

Oggi, nel giorno dell’anniversario, lo stesso quotidiano racconta di come Macron, commemorando l’imperatore, “sia ufficialmente entrato nella culture war della Francia” e rilancia un articolo di Le Monde che si chiedeva “Come è possibile che un uomo che fu nemico della Repubblica francese, degli Europei e anche della stessa umanità per il suo schiavismo?”.

Né Chirac né Sarkozy avevano esplicitamente commemorato “l’uomo che nel 1799 distrusse la nascente Repubblica Francese” – prosegue il giornale americano. Attacchi simili erano stati portati avanti dal Washington Post e da altri media d’oltreoceano in merito alla crociata del Presidente contro il separatismo islamico.

Prima la ministra dell’educazione superiore Vidal e poi lo stesso inquilino dell’Eliseo avevano rilancio l’attacco contro l’islamo-progressismo – individuando nella sinistra costruttivista, che con gli studi coloniali e razziali mira a destrutturare la memoria della grandeur francese, la minaccia più grave all’unità della nazione.

“l’Islamo-progressismo corrompe tutta la società e le università non ne sono escluse” aveva detto Vidal, senza risparmiare nemmeno Science Po. In una lettera del 4 novembre Macron aveva risposto alle accuse – del Financial Times questa volta – sostenendo il diritto “come nazione sovrana e popolo libero” di combattere le spinte separatiste dell’Islam radicale, ribadendo che “lo possiamo anche fare anche senza gli articoli di quei giornali che vogliono dividerci”.


Hôtel des Invalides, Sarcofago di Napoleone

La dichiarazione più dura è forse quella del ministro Jean-Michel Blanquer che aveva esplicitamente accusato il mondo accademico francese – storicamente antirazzista – di essere “il mandante morale” della decapitazione del professore di liceo Samuel Paty da parte di un rifugiato ceceno, al grido di “Allah Uakbar”. Si inserisce adesso anche l’Internazionale che denuncia la caduta dell’esecutivo francese nella “trappola dell’estrema destra”. Chiude il cerchio la dichiarazione del Presidente francese per il sessantesimo anniversario del conflitto in Algeria: “non ci saranno ripetizioni, nemmeno scuse”.

La frattura tra la presidenza francese e la stampa progressista – specie anglo-americana – evidenzia la congiuntura strategica francese. Per Macron tornare a proiettarsi all’esterno è la prima necessità della nuova Francia e per farlo bisogna compattare il fronte interno. Da una parte serve mettere a tacere la fronda radicale dell’Islam sunnita – addomesticarlo come fatto col Cristianesimo, statalizzarlo, inquadrare negli Istituti statali la formazione dell’Imam – e fornire alla collettività una memoria condivisa che parli la lingua della forza, della grandezza – e il primo imperativo è proprio mettere a tacere chi mette in dubbio il passato sanguinoso della Republique.

Napoleone, l’Algeria, l’Islam, sono tutte tessere del mosaico geopolitico che l’Eliseo sta componendo per evitare che la Francia affoghi nella partita europea – i cui giocatori principali sono per forza di cose  Washington e Berlino. Uno scopo che val bene la tempesta mediatica che monta dalle redazioni sull’altra sponda dell’Atlantico.

di Francesco Dalmazio Casini

Foto in evidenza: “Emmanuel Macron” by EU2017EE is licensed under CC BY 2.0

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