Scontro USA-Cina: elementi per capire la guerra che sarà

7 novembre 2020, America. Dopo quattro giorni di estenuanti conteggi, Joe Biden viene confermato come 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Donald Trump, intanto, comincia la sua battaglia per invalidarne l’elezione (qui vi avevamo spiegato perché). Il resto del mondo ha già deciso: fioccano le congratulazioni al nuovo Commander in Chief. Dalla Germania alla Francia, dal Canada alla Spagna. Mosca e Pechino, tuttavia, tacciono. I media non forniscono alcuna lettura profonda del silenzio assordante, si limitano tutt’al più a trovarvi la conferma della fantasiosa alleanza tra Donald e Vladimir Putin. Sulla quiete dei cinesi, si scrive e parla poco. Come mai il Celeste Impero non è in testa a festeggiare la caduta del suo più acerrimo rivale? Intanto iniziano ad affacciarsi i primi editoriali che ci spiegano come con Biden le relazioni sino-americane andranno incontro a progressiva distensione. D’altronde il re folle è caduto e il mondo si avvia alla pace universale. Beata ingenuità.

Sul sogno di una nuova, incipiente, fine della Storia arrivano le parole di Tony Blinken. È il nome di Biden per il Dipartimento di Stato, uomo che incarna il modello più classico del decisore geopolitico americano (qui vi avevamo spiegato chi è). Blinken ha fretta di chiarire. Non aspetta nemmeno di essere confermato dal Senato. La prima dichiarazione ufficiale è questa: “Sulla Cina, Donald Trump ha avuto spesso ragione. Saremo duri come lui”. Una secchiata di acqua gelata che disvela un non segreto che le redazioni dei giornali, naturalmente predisposte ad inseguire il sensazionalismo, trascurano colpevolmente: la geopolitica non è questioni di scelte, ma di necessità.

Cina e Stati Uniti sono nemici sistemici. Condividono uno stesso spazio (il sistema internazionale) e hanno interessi confliggenti. Pechino morde il freno per tornare alla dignità imperiale iscritta nel suo DNA. Washington ne frustra le ambizioni e la costringe nei suoi mari perché sa che cedere anche solo un secondo posto nel mondo vuol dire avviarsi sulla strada del tramonto. Blinken e Biden, Trump e Pompeo, Obama e Biden: dove si scrive la direzione degli States la grammatica imperiale è lingua universale.

Realpolitik di altri tempi. Ma la natura dello scontro, questa volta, è diversa. Accanto ad una declinazione geografia del conflitto (ineliminabile) ne esiste una non geografica. È una contesa multi-livello che si combatte tanto nelle acque del Pacifico quanto nella gara per gli investimenti, nell’acquisizione di dati e nella corsa alle nuove tecnologie. Parte di questa dimensione non convenzionale è rappresentata anche da quelle tecniche belliche non violente o pauciviolente che hanno ricevuto ampia attenzione negli ultimi anni: cyberwarfare, political warfare, ecc. Ben inteso, solo una parte. Al netto della presa emotiva del concetto, questo tipo di guerra ricopre un ruolo infinitamente minoritario rispetto a quella boots on the ground. Ma è una guerra poco costosa e molto redditizia dal punto di vista dell’immagine, un di più particolarmente comodo per quegli attori che non si possono avventurare in approcci più muscolari


Portaerei: gli USA ne hanno 11 a propulsione nucleare, la Cina ha appena varato la terza a propulsione convenzionale

La dimensione convenzionale del conflitto

Nella geopolitica strictu sensu gli Stati Uniti sono inarrivabili. Il Paese di mezzo è costretto a giocare sulla difensiva anche negli specchi di acqua su cui si affacciano le sue megalopoli. L’Indo pacifico è stato rapidamente trasformato in una trincea antisinica da quando, nel 2009, gli States diedero il via al Pivot to Asia, una massiccia riconversione degli sforzi esteri verso l’Oriente. Nel corso di un decennio gli Americani sono stati in grado di potenziare l’infrastruttura militare nella regione e tessere una rete di partner per limitare l’espansione degli interessi cinesi. L’ammodernamento della base di Changi presso Singapore, con lo scopo di renderla adeguata all’attracco delle superportaerei americane e la visita della USS Carl Vinson nel porto vietnamita di Da Nang, su invito dello stesso presidente (comunista) del Vietnam sono due esempi che racchiudono il successo della strategia americana nella regione.

Oltre alla manovra politica, necessaria a fornire porti sicuri alle flotte americane, gli USA hanno per la prima volta concesso che alcuni di questi stati si organizzassero in un patto di cooperazione strategica. Il Quad, Dialogo di sicurezza quadrilatelare, rappresenta un patto informale di mutua sicurezza formato da USA, India, Australia e Giappone. Fondato nel 2007 su iniziativa nipponica e risorto nel 2017 dopo circa un decennio di inattività, risponde a due necessità fondamentali: assicura l’allineamento “atlantico” dell’India e getta le basi per una “NATO asiatica”. È in quest’ottica che bisogna inserire l’imponente riarmo di Tokyo (presto primo operatore al mondo di F35) e la corsa agli armamenti di Canberra (che di recente è finita ai ferri cortissimi con la Cina). A novembre Australia e Giappone sono andati oltre e si sono accordati per la mutua concessione di attracco al naviglio militare.

La creazione di questa “collana” di perle nel Pacifico permette agli Americani di chiudere la Cina sulla terraferma. I mari rivieraschi di Pechino sono infatti disseminati di arcipelaghi contesi con le altre potenze della regione (Spratly, Paracelso, Senkaku). Oltre a diventare potenziali fonti di escalation, l’appoggio americano permette ai competitor di Pechino di giocare in maniera molto più spregiudicata di quanto la loro reale potenza possa permettere. E poi c’è Taiwan, l’isola ribelle che la Cina brama di annettere da sempre per completare la visione di “una sola Cina”. A partire dai primi giorni dell’amministrazione Trump gli Stati Uniti hanno intrapreso un percorso di avvicinamento con Taipei: Hsiao Bi-khim è stata la prima ambasciatrice taiwanese in America a presenziare ufficialmente all’inaugurazione di un presidente americano lo scorso 20 gennaio – un trend che prosegue a partire dalla chiamata ufficiale della presidente Tsai Ing-wen che salutò la nomina del Tycoon nel 2016.


La situazione delle istallazioni militari nel Pacifico: gli USA coordinano le attività nell’area dal centro di Guam, ancora inattaccabile da parte di Pechino

La questione dei mari di casa è fondamentale. La Cina è un paese la cui ricchezza (che è ancora costituita in larga parte dalle esportazioni) viaggia sulle onde ed è costretta a sfilare attraverso i colli di bottiglia controllati da Americani ed alleati. Infine, nonostante entrambi i contendenti siano dotati di armi nucleari, è opinione di alcuni analisti (tra cui lo stesso Mearsheimer) che la geografia della regione (un panorama frastagliato di piccole isole) non escluda a priori un confronto bellico convenzionale

Una politica estera obbligata

È alla luce di questa inferiorità convenzionale che bisogna leggere la politica estera di Pechino. L’approccio sinico si vuole dipingere muscolare – specie con Taiwan – ma tradisce una rosa di possibilità molto scarsa. La RPC ha due obiettivi principiali: mettere il naso fuori di casa e dotarsi dei mezzi per una politica estera assertiva. Per farlo ha aperto la sua prima base militare all’estero, a Gibuti sul golfo di Aden, per suggellare l’adesione del piccolo Stato africano alle Vie della Seta. Anche i rapporti col Myanmar e il Pakistan hanno una ragione simile: creare dei corridoi amici per prendere il mare in sicurezza e stabilire avamposti strategici. La strada è ancora lunga: per fare un confronto, gli USA si appoggiano a più di 700 basi all’estero in circa 70 paesi. La base di Gibuti ha anche un altro scopo: da qui la Marina della RPC può lanciare operazioni anti-pirateria necessarie perchè i suoi equipaggi accumulino l’expertise necessario a competere con i rivali (che sono in servizio attivo continuo da 75 anni)

Nonostante nel campo militare Pechino abbia fatto grandi passi avanti, è consapevole che nei prossimi decenni la bilancia sarà sempre spostata a favore degli americani. E se la propaganda racconta l’imminente riconquista della prima catena di isole, l’esercito popolare corre ai ripari. Mentre inizia il lungo (lunghissimo) percorso per la messa in opera di una marina militare in grado di competere con la US Navy, implementa l’approccio Sea Denial a “bolle” di interdizione. Anti-Action/Area Denial (A2/AD) è un concetto operativo sviluppato dalla RPC (e dalla Russia) a partire dalla Guerra del Golfo. Concetto intimamente difensivo, si basa sulla negazione della capacità di intervento in una data regione al nemico, principalmente grazie all’uso di vettori ASCM (anti-ship cruise missiles), ASBM (anti-ship ballistic missiles), LACM (land attack cruise missiles) e LABM (land attack ballistic missiles), insieme a unità navali piccole e sottomarini d’attacco. Si badi bene, non si tratta di riconquistare i mari rivieraschi (compito improbo come ben sanno a Pechino), ma a impedire che cadano completamente nelle mani del nemico.

Infine, c’è la guerra asimmetrica, un complesso di dottrine e concetti che fondono coercizione politica e nuove tecniche di combattimento. Da una parte la “dottrina delle tre guerre” o di “political warfare” del 2003 si basa sulla manipolazione mediatica per scalzare il primato culturale americano, sullo sfruttamento dei sistemi legali internazionali per compromettere capacità di risposta avversarie e sulla conduzione di operazioni psicologiche per intimidire potenziali nemici (come insegna lo stesso Sun Tzu). Sul piano militare la dottrina delle guerre locali informatizzate del 2014 sviluppa il dominio informatico come campo dello scontro, con la creazione di infrastrutture per la cyberguerra imponenti.

Al netto dell’impatto emotivo (e dei costi tutto sommato scarsi), la tecnica bellica cyber non è ancora in grado di arrecare danni permanenti al nemico: lo rallenta e lo disturba, lo deruba dei dati, ma non può (specie quella cinese) affondare una nave o distruggere le infrastrutture. L’unico esempio di successo strategico di un attacco cyber resta il virus Stuxnet, con cui Israeliani e Americani sabotarono le centrifughe della centrale nucleare iraniana di Natanza. Per dirla in breve, raramente incide e gli Americani stanno comunque avanti.


L’ipotetica disposizione delle bolle di interdizione cinesi

La guerra per la globalizzazione

Ma, come dicevamo, lo scontro trascende la geografia. Accanto al campo di battaglia Pacifico, si combatte nel teatro immateriale della globalizzazione. Sconfitta in partenza nella geografia, Pechino tenta la scalata al villaggio globale, presentandosi come benevolo alleato che propone accordi win-win e si adopera per il multipolarismo. Complice necessario, il generale disinteresse del mondo occidentale, concentrato nell’ultimo decennio (almeno mediaticamente) su una Russia che mai sarebbe stata un pericolo tangibile. E così, anno dopo anno, Pechino ha rivolto verso l’estero la sua imponente capacità economica. In particolare, lo ha fatto verso la perla dell’Impero americano: l’Europa.

Sulle ali di una via della Seta entusiasticamente raccontata ma mai realmente realizzata, la Cina aveva avviato un importante programma di investimenti e aveva conquistato in silenzio delle posizioni di rilievo in alcuni asset strategici. Tramite controllate statali come Cosco Shipping ha acquistato quote nelle infrastrutture portuali e ferroviarie di tutta Europa – emblematico il caso del Pireo, ceduto per 35 anni alla compagnia sinica.  

Ancora più emblematico il caso africano. L’Africa è un continente che tradizionalmente gode di scarso interesse da parte dell’egemone. Questo ha significato una prateria aperta per gli investimenti di Pechino, data la strutturale fragilità dell’economia del continente nero. Dalla sua la Cina può vantare una decennale sintonia con i paesi del sud del mondo (vedasi la conferenza di Bandung). Di fronte alla promessa di ampi investimenti, gli Stati africani hanno aderito praticamente in massa alla via della Seta, cadendo spesso nella “trappola del debito”. In pratica gli Stati africani si avvalgono dei generosi prestiti cinesi, poi, quando non possono ripagarli, sono costretti a cedere asset nazionali come emittenti televisive e concessioni minerarie.

Qui l’unico argine al dilagare di Pechino è stato rappresentato dai retaggi coloniali delle potenze europee. Nonostante il teatro africano rappresenti uno dei successi della diplomazia economica cinese è bene ricordare che il continente nero non rappresenta la chiave di volta dello scontro: qui Pechino sperimenta le tecnologie di controllo da utilizzare in patria ed estrae preziose materie prime, ma non vi troverà mai la leva per scardinare l’impero americano: quella chiave si trova incontrovertibilmente in Europa.

Un idillio destinato a finire

La temporanea intesa con gli alleati europei, Italia in testa dai tempi del primo governo gialloverde, si è giovata della vocazione mercantile ed economicista degli Stati del Vecchio Continente: educati dalla superpotenza a fuggire la durezza della storia in nome dell’interesse economico, hanno visto in Pechino un gigantesco mercato per l’export, tralasciando momentaneamente l’allineamento atlantico – o meglio, cercando di condurre quanti più accordi possibili prima che arrivasse la fatidica chiamata da Washington. E così la Cina si è infilata nel campo delle infrastrutture 5g, dei trasporti e dei dati. Dati che come dimostra il caso Zhenhua (una compagnia di analisi dati OSINT legata all’esercito della RPC che aveva schedato decine di migliaia di Occidentali) vengono messi al servizio della sfida del secolo.

Poi, quella chiamata da Washington è arrivata. A poco a poco gli States hanno iniziato a utilizzare quel golden share implicito che è alla base delle relazioni euro-americane: le gare per il 5g hanno iniziato ad adottare requisiti che escludessero di fatto Huawei e ZTE l’acquisto di nuove quote infrastrutturali è stato di fatto bloccato o fortemente limitato. L’accordo sugli investimenti tra UE e Cina, conclusosi a dicembre dopo 7 anni di negoziazioni, rappresenta probabilmente l’ultimo colpo di coda dell’idillio sino-europeo. Washington ha parlato e l’Europa (anche quando nello studio ovale c’è il presidente più odiato di sempre) esegue. Non è un caso che negli ultimi tempi, Emanuel Macron, principale sostenitore di un’autonomia strategica europea, abbia esortato a più riprese ad adottare un approccio comune dei paesi comunitari. Macron sa leggere la politica internazionale e questa è l’aria che tira. Ma non basta.

La natura della sfida impone però un ripensamento del sistema di alleanze. Uno degli assi nella manica di Washington rispetto a Pechino, che, come si leggeva in un articolo su Foreign Policynon ha alleati, ma solo clienti”. La mole di vassalli, tuttavia, rischia di trasformarsi in un peso qualora non venga inquadrata in una comune direzione. I vecchi schemi dell’Occidente strategico della Guerra Fredda servono a poco quando il nemico si insinua nelle infrastrutture e la minaccia militare appare distante migliaia di chilometri.

Uno degli ultimi documenti redatti dal Dipartimento di Stato di Mike Pompeo rappresenta un primo tentativo di inquadrare gli alleati, specie quelli europei, all’interno di un fronte a geometria variabile che debba portare avanti un contenimento di Pechino a 360°. Nessuna organizzazione formale e nessuna nuova Nato, semplicemente agli alleati viene esplicitata la scelta di campo. The Elements of China Challenge, questo il nome del dossier, tornerà particolarmente comodo al nuovo inquilino del Dipartimento adesso che la condizione di instabilità interna impone di sgravare parte del fardello dell’egemonia: “Gli Stati Uniti devono rivalutare il loro sistema di alleanze, condividendo più efficacemente le responsabilità con amici e soci e formando una varietà di gruppi e coalizioni per affrontare specifiche minacce.

Ma, come dicevamo, questa non sarà una competizione convenzionale. Non basta una nuova flotta della Lega Santa che stazioni nel Pacifico per chiudere in casa la Cina. Come ha scritto Petroni su Limes, bisogna “cambiare la pedagogia nazionale: educare i cittadini alla sfida, formare una nuova classe di funzionari”, tanto per gli USA quanto per i clientes. Serve educare i clientes all’ostilità nei confronti di Pechino, all’occorrenza rimettergli addirittura le armi in mano. Trump ci aveva provato con le cattive, Biden ci proverà con le buone, ma la sostanza è sempre quella. Insomma, prima o poi, sarà anche interesse degli Americani insegnare ai placidi Europei la geopolitica – e la forma mentis, violenta ed avventurista, che ne consegue.

Di Francesco Dalmazio Casini

Foto in evidenza: “US Navy Blue Angels in El Centro [Image 2 of 3]” by DVIDSHUB is licensed under CC BY 2.0

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