USA: dalle guerre per petrolio al petrolio come arma

Conoscere gli Stati Uniti quando non si è Americani è un compito arduo. Si rischia di rimanere vittima dello sconfinato mito che l’industria culturale americana produce, confeziona e vende al mondo. Propaganda necessaria al perpetuarsi dell’impero. Le scorie ineliminabili della gigantesca operazione di marketing sono i falsi miti che serpeggiano tra i tavoli da bar del resto del pianeta. Chiacchere di chi tiene a dimostrare la propria (non) conoscenza della nazione indispensabile. Un ruolo di primo piano spetta a quella vulgata per cui “Gli Americani fanno le guerre per il petrolio”. E di lì ecco costruire una fittizia impalcatura strategica della politica estera americana: Mattei, le Sette sorelle il Venezuela, il Medio Oriente, ecc.

Ma la politica, anche quella energetica, delle chiacchere ha sempre tenuto poco conto. Così nel corso del 2019 le esportazioni di energia non rinnovabili americane (esportazioni, non importazioni) hanno superato quelle di tutte le petromonarchie del golfo, Arabia Saudita compresa. Secondo l’Eia nell’ottobre del 2019 le esportazioni nette giornaliere di greggio e prodotti raffinati ammontava a 550.000 barili, con una prospettiva per il 2020 di circa 750.000 barili (poi, c’è stato il Covid). Gli USA ad oggi producono circa 19,5 milioni di barili di greggio al giorno, quasi il doppio dei Sauditi (11,8 milioni) e dei Russi (11,5 milioni). La mole totale delle esportazioni a settembre di quest’anno, nonostante la crisi del settore, toccava di nuovo i 3,2 milioni di barili al giorno.

America first

L’indipendenza energetica che svolgeva un ruolo fondamentale nel programma America First di Trump è stata conseguita grazie all’esplosione del settore onshore – quello legato ai giacimenti sul territorio e nelle acque vicine. Nuove tecniche di estrazione hanno permesso l’avvento della cosiddetta shale revolution, vale a dire lo sfruttamento intensivo di gas e petrolio ricavati dalla frattura dei materiali scistosi. Nel 2013 fu l’amministrazione Obama a dare il primo via libera allo sfruttamento massiccio di questo petrolio non convenzionale (nonostante i campi di shale oil e gas fossero noti da decenni). Grazie alla perforazione orizzontale idraulica e al fracking è stato possibile liberare la materia prima dalle rocce scistose, troppo poco permeabili per essere sfruttate fino ad oggi.

Grafico dal Sole24ore

lo Shale (sia gas che petrolio), insieme alla valorizzazione di altre fonti onshore come il metano coalbed e al tight gas, ha dato il via a una rivoluzione energetica che ha reso gli USA i primi esportatori del pianeta. Nel campo del gas liquefatto gli USA sono arrivati in vetta alla classifica con 40 quadrilioni di unità (quasi il doppio dell’Arabia Saudita). Altrove, le fonti scistose non sono state utilizzate nello stesso modo, o perché inferiori in termini quantitativi alle fonti convenzionali (MENA) o a causa dell’alta densità abitativa unita alla paura del rischio di dispersione (Europa occidentale). Tolto il rischio ambientale, tuttavia, lo shale risulta anche più ecologico di gas e petrolio convenzionali.

La crisi economica dello Shale non tocca la sua importanza politica

Al di là dell’ultimo, travagliatissimo, anno per l’industria petrolifera, il settore resta un asset strategico fondamentale per la superpotenza. La lente giusta per considerare la produzione americana non è infatti quella economica, bisogna considerarla all’interno della cornice e degli obiettivi strategici (geopolitici) degli Stati Uniti. Nazione anti-economica per eccellenza, distante anni luce dall’ordoliberismo di matrice teutonica, gli USA vivono di potenza politica ancor prima che economica (si guardino i rapporti debito PIL, il deficit commerciale e le politiche di spesa militari per avere un’idea).

Di certo il petrolio non passa i suoi anni migliori: per la società di consulenza Deloitte LLP c’è il rischio di svalutazioni dell’industria shale di circa 300 miliardi di dollari quest’anno – ma d’altronde i problemi di sovracapacità riscontrati in corso di Covid, che hanno portato il prezzo del petrolio addirittura sotto lo zero, non sono un mistero. C’è tuttavia da aspettarsi che il settore, quand’anche dovesse sclerotizzare la crisi del 2020 in asfissia cronica, sia mantenuto in vita artificialmente dall’intervento politico per diversi ordini di motivi.

In primis, per quanto gli USA siano più a loro agio nel ruolo di compratori di prodotti e servizi, l’indipendenza energetica permette di affrancarsi dalla materia prima importata, spesso da regioni che non brillano per stabilità politica. In secondo luogo un export vitale di petrolio permette di strangolare alcuni degli storici rivali degli States (e di ricattare partner poco affidabili). L’America non vive di petrolio, potrebbe effettivamente fare a meno dell’export e rimarrebbe superpotenza, ma la Russia no, stesso discorso vale per l’Iran o il Venezuela (e, sullo sfondo, anche per le petromonarchie del Golfo).

“Liberare” il mercato europeo dall’energia russa per affidarlo alle compagnie americane non farebbe solo la fortuna dei petrolieri d’oltreoceano, ma toglierebbe al Cremlino una delle armi fondamentali del suo arsenale geopolitico. La UE importa dalla Russia il 26% del petrolio che usa e il 39% del gas liquido. I paesi più grandi dell’Unione, come Francia, Germania, Italia e Spagna si basano sulle esportazioni energetiche russe per una percentuale variabile tra 25% e 50%. In totale, la Federazione deve più della metà del suo Pil alle esportazioni energetiche (non solo verso l’Europa ). Bandire Mosca dal mercato europeo significa dunque azzopparne l’economia in maniera significativa. Da qui l’ostilità delle ultime due amministrazioni americane alla costruzione del gasdotto NorthStream 2 tra Germania e Russia. Come ha detto candidamente Mike Pompeo nell’occasione delle sanzioni alle compagnie coinvolte nella costruzione: «sarebbe molto meglio se quel gas l’Europa lo comprasse dagli Stati Uniti»

Gli USA non saranno green a breve

Trump non ha mai nascosto il suo sostegno all’industria petrolifera di casa. Nel primo pacchetto di stimoli per far fronte alla crisi da coronavirus, non era presente nemmeno una misura green. Per dirla con le parole del Tycoon: “queste misure non hanno niente a che vedere con il ridicolo Green new deal, ma servono a salvare i lavoratori e le imprese americane”. D’altronde nel 2016 furono proprio gli Stati produttori di petrolio (con l’eccezione della California e degli Stati del New England) a consegnargli le chiavi della casa Bianca. L’ultima tornata elettorale, però, mostra un risultato diverso. Biden ha infatti superato Trump in buona parte degli Stati della Russ Belt, che nonostante lo scadimento industriale restano molto legati al mondo petrolifero.

Campi di petrolio e gas in USA. In marrone e in viola i bacini estrattivi di Shale oil e Shale gas

Si è parlato molto dell’incipiente transizione green che Joe Biden avrebbe realizzato in caso di vittoria, ma gli ostacoli strutturali sono molti. In primo luogo le 10 milioni di persone che lavorano nel campo delle energie non rinnovabili (e nei settori derivati) sono un bacino elettorale impossibile da trascurare – a maggior ragione dopo la fiducia che alcuni Stati produttori hanno accordato al candidato democratico. E, probabilmente, un Trump 2024 è meno auspicabile per i dem rispetto alla salute del pianeta. In secundis, il focus che l’amministrazione ventura avrà in politica estera (qui S. Walt spiega perché) non potrà fare a meno di utilizzare l’export di energia come clava politica (giocare da player nelle guerre sul prezzo del petrolio e rubare fette di mercato dei competitors). Infine, l’assetto del Congresso è un ostacolo praticamente insuperabile.

Quella dell’American green deal è una battaglia della sinistra dem, non dell’intero partito – non basterebbe nemmeno la vittoria rossa ai ballottaggi di gennaio al Senato ad assicurare una qualsiasi maggioranza ad una mozione anti-petrolio. La squadra di Biden, da cui sono stati espunti sapientemente gli esponenti della sinistra del partito come Bernie Sanders, sembra anch’essa andare in quella direzione, nonostante nomine scenografiche come quella di Kerry inviato speciale per il Clima. E le dichiarazioni situazionali, obbligate, per rassicurare l’elettorato giovane delle città non cambieranno (come sempre) la postura degli Stati Uniti, che da sempre risponde a questioni strategiche e non idealistiche o emotive.

di Francesco Dalmazio Casini

“Oil pumps in southern Russia” by World Bank Photo Collection is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...