Antony Blinken è l’uomo che riporterà l’America nel mondo?

Inizia a prendere forma lo Staff dell’Amministrazione Biden. Già da fine novembre iniziano a circolare i nomi di chi occuperà gli scranni di Dipartimenti e Gabinetti. Sono nomi che ci riportano senza troppa immaginazione all’era Obama: John Kerry, Jake Sullivan, Linda Thomas-Greenfield, Avril Haynes ed altri. Per il Dipartimento di Stato, il presidente eletto ha nominato Antony Blinken. Blinken, una carriera trentennale nella politica estera americana, ha accettato commosso la nomina di Biden, con un intervento toccante in cui ha ricordato la storia della sua famiglia, scampata sia all’olocausto che alle persecuzioni comuniste in Europa dell’Est. Adesso manca solo la ratifica del Senato.

Antony Blinken rappresenta una rottura completa con la narrativa isolazionista dell’amministrazione Trump. Sostenitore ad oltranza del multilateralismo e della Nato, Tony è anche uno dei falchi dell’interventismo umanitario. Trai registi dell’intervento occidentale in Libia nel 2011, ben più zelante dello stesso presidente Obama, nel 2013 sarà anche un sostenitore del naufragato intervento in Siria contro Bashar Assad anche senza l’assenso del Congresso. Anche alla luce della sua storia personale, è favorevole alla gestione espansiva delle crisi migratorie e alla tutela dei diritti dei rifugiati. Aree di competenza particolari: Europa dell’est, con un occhio particolare alla Russia – d’altronde i suoi primi incarichi in politica estera sono contemporanei alle crisi nei Balcani – e MENA, in particolare Iraq ed Afghanistan. Insomma, l’uomo ideale per rilanciare il ruolo della nazione indispensabile nel mondo e “riparare” – come afferma lui stesso – i danni del Tycoon.

Chi è Antony Blinken?

Antony Blinken nasce a New York nel 1962, ma la famiglia si trasferisce fin da subito a Parigi. Qui cresce insieme alla madre Judith e al compagno Samuel Pisar, avvocato e diplomatico sopravvissuto all’olocausto. Quasi un padre vero per Tony, che ne ha rivendicato fieramente l’eredità dal palco di Wilmington, quando ha accettato la nomina di segretario la settimana scorsa. Da sempre un piede nel mondo dell’arte, ci cresce in mezzo instradato dal padre Donald, filantropo ed esperto d’arte. Inizia a lavorare come giornalista negli anni ‘80, a New Republic, ma poco dopo la sua strada vira dal raccontare la politica a metterla in pratica. Rimane legato al mondo dell’informazione e nel corso della sua carriera politica collabora come analista sia al New York Times che per la CNN. Studia legge, prima ad Harward e poi alla Columbia, dove si laurea nel 1988. Nel 1994 entra a far parte del Consiglio per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione Clinton, il primo passo di una carriera nelle istituzioni di politica estera che ha pochi rivali anche nel panorama americano.

Fino al 1998 è Assistente Speciale del presidente e Direttore per la pianificazione strategica, la Strategia di sicurezza nazionale e della redazione dei discorsi. Dal 1999 è presidente della commissione per gli affari europei e canadesi della stessa amministrazione. Nel corso dei due mandati Bush dirige la Commissione affari esteri del Senato americano, posizione che mantiene fino al 2008 quando entra nello staff del nuovo Vicepresidente – un certo Joe Biden – come Consigliere per la Sicurezza Nazionale prima e come Vicesegretario di Stato negli anni 2015-2017. Fuori dalla politica intanto dirige Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement e insegna studi internazionali alla John Hopkins. Nel corso degli anni collabora con i maggiori centri studi di politica estera americani, dal Center for Strategic and International Studies al Council on Foreign Relations.

Nei Comitati dei Deputati delle due amministrazioni Obama, la voce di Antony Blinken è una delle più pesanti. Collabora attivamente nella stesura dei piani strategici americani in Afghanistan e Pakistan ed è in prima linea nel sostegno al trattato JCPOA con l’Iran (L’Accordo sul Nucleare Iraniano). Sostiene in maniera zelante il sostegno americano al movimento delle primavere arabe, insieme all’intervento in Libia del 2011 e quello (mai avvenuto) in Siria nel 2013. Una vocazione interventista che mantiene da quando è entrato in politica, con il supporto all’invasione dell’Iraq nel 2003. Quando si tratta di interventi umanitari, in genere Blinken ha una postura ben più arbitraria dello stesso Presidente, che alle volte opta per soluzioni più diplomatiche. Recentemente, si è schierato a sostegno dei diritti dei rifugiati durante la crisi migratoria del 2015 e ha promosso la coalizione occidentale contro l’ISIS nel Levante. Sempre sotto Obama è lui il regista dietro il regime sanzionatorio imposto alla Russia come ritorsione per l’annessione della Crimea. Insomma, il volto dell’interventismo dem condensato in una persona.

Make America Global Again?

Insieme al Presidente eletto, Blinken sarà la figura di maggior peso nella futura linea di condotta estera degli USA. Non sarà facile fare i conti con il lascito di Donald Trump e con le mutate condizioni strategiche rispetto all’amministrazione Obama. Blinken, di concerto al futuro Presidente, riporterà al centro la narrativa umanitaria, con un’attenzione particolare alla tutela dei diritti individuali, tema che ricorre regolarmente nella sua bacheca twitter. Da sostenitore del multilateralismo aiuterà Biden a riallacciare i rapporti con gli alleati europei, tornando a neutralizzare le velleità revansciste – specie francesi – all’interno di una NATO tirata a lucido. Ma non è scontato che la nuova amministrazione riuscirà a fermare l’allargamento dell’Atlantico, come spiega Michele Barbero su Foreign Policy. Sul fronte più importante, quello della Cina, cambierà poco altro che la narrativa. Antony Blinken vuole costruire una grande coalizione multilaterale per arginare Pechino, puntando molto sull’India, evitando di usare toni coercitivi come fatto da Donald Trump. In realtà, la costruzione di una rete pacifica per strangolare la Cina nel suo mare è un progetto che prosegue praticamente inalterato almeno dalla seconda amministrazione Obama e con Trump gli sforzi sono aumentati sensibilmente.

In Medio Oriente e Nord Africa probabilmente Blinken proseguirà senza troppe modifiche la linea dell’amministrazione precedente, nell’ottica di promuovere una normalizzazione dei rapporti tra Israele e i paesi Arabi. Nonostante l’attenzione ai diritti umani possa portare a qualche frizione specie con l’Arabia Saudita, è abbastanza scontato che Tel Aviv e Riyad resteranno le ancore principali della politica americana nella regione. Sui due grandi conflitti senza fine del teatro mediorientale, quello in Iraq e quello in Afghanistan, Blinken, specie nel secondo, ha apprezzato gli sforzi dell’amministrazione Trump nei primi tre anni per costruire risposte locali all’instabilità della regione (ma non approva il ritiro disposto negli ultimi mesi). Nonostante Biden abbia già annunciato che l’amministrazione intende confermare gli accordi sulle limitazioni nucleari all’Iran, Blinken molto probabilmente continuerà il contenimento duro della Repubblica islamica. C’è invece da aspettarsi una ripresa dell’interesse americano in Siria, teatro a cui Blinken tiene particolarmente, con il rafforzamento degli sforzi nel nord-est del paese, regione ricca di petrolio che al momento accoglie truppe americane. Blinken ha definito “fallimentare” la politica di Obama in Siria (reo probabilemente di aver rifiutato la linea dura proposta a suo tempo)

Blinken non piace a Mosca

E poi c’è il rapporto con Mosca. Al Cremlino Blinken non piace. C’è da aspettarsi una ripresa forte delle ostilità con la Russia (in realtà appena smorzate nel corso degli ultimi 4 anni) e una nuova centralità del dossier ucraino. Proseguiranno le sanzioni e gli Stati europei saranno spinti nella medesima direzione, mentre si cercherà di limitare la dipendenza degli alleati dalle esportazioni di energie russe.

A Kiev la nomina di Antony Blinken è stata salutata con un “cauto ottimismo”. Per J. Herbst, Direttore del Centro Eurasia dell’Atlantic Council, “l’amministrazione Biden fornirà grande supporto all’Ucraina per resistere alle aggressioni del Cremlino, anche attraverso la fornitura di partite militari ed armi ad alto potenziale”. Anche Lisa Yasko, politica ucraina, saluta con gioia la nomina di Tony, “un vero amico dell’Ucraina”. Blinken è molto legato alle istanze del teatro ucraino, come ha ribadito in un editoriale del 2017 apparso sul New York Times, dal titolo esplicativo E’ tempo che l’amministrazione Trump armi l’Ucraina, riprendendo un discorso che aveva tenuto proprio a Kiev nel 2015, quando la Russia aveva appena preso possesso della Crimea.

Ovviamente c’è anche il dossier Bulgaria, dove le proteste non si sono mai fermate dallo scorso agosto. In questo senso, l’invito formale all’oppositrice di Lukashenko, l’invito già spedito a Sviatlana Tsikhanouskaya per l’inauguration day del 20 gennaio parla da solo. Blinken ha annunciato che intende iniziare un nuovo corso delle relazioni tra USA e paesi dello spazio post-sovietico, a partire dai più ambivalenti nei confronti di Mosca come Georgia e Moldavia e forse vedremo un’interessamento verso i paesi dell’Asia Centrale per penetrare nella sfera di influenza di Mosca. D’altro canto, se è nelle possibilità di Washington accelerare i tempi di ingresso di questi paesi nella NATO, sarà difficile dare un colpo di spugna sugli errori dell’amministrazione Obama che portarono all’occupazione della Crimea – guerra nucleare esclusa, sia chiaro. Quasi certamente il Dipartimento si dedicherà anche a fomentare le linee di faglia della cooperazione tra Russia e Turchia. Saranno poi solo 15 i giorni dall’insediamento per evitare l’annullamento del trattato Start con la Russia, al momento in animazione sospesa perché Trump voleva che a rientrarci fosse anche la Cina.

Ma il contenimento di Mosca, nell’ottica di Blinken, non deve spingerla nelle braccia di Pechino. Blinken è molto lucido nel notare che Vladimir Putin “guarda con preoccupazione alla crescente dipendenza dalla Cina” e vede in questo una possibilità di scardinare una volta per tutte l’asse sino-russo. Tuttavia, se non ci sarà alcuna distensione con la Russia, e sia Blinken che Biden sono d’accordo sul “far pagare” Putin per le sue aggressioni e per le interferenze nella politica interna americana (sic), è difficile pensare che Pechino e Mosca non faranno fronte comune. Insomma, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, ma staremo a vedere.

di Francesco Dalmazio Casini

Foto in evidenza: Wikimedia Commons

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